Psicoterapia di coppia, individuale e consulenze psicologiche

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Psicologa Cuneo Dott.ssa Silvia Parisi, Psicoterapeuta, Sessuologa

Psicologa Cuneo Dott.ssa Silvia Parisi, Psicoterapeuta, Sessuologa

Benvenuti nel sito Psicologa Cuneo Dott.ssa Silvia Parisi, Psicoterapeuta, sessuologa

 

 "Il vero viaggio di scoperta non consiste nella ricerca di terre nuove ma nell'avere occhi diversi"

                                    Marcel Proust

 

 

 

 

 

 

 

 

PSICOLOGO, PSICOTERAPEUTA, PSICHIATRA CHE DIFFERENZA C'È?

LO PSICOLOGO

Lo psicologo è il laureato in psicologia che ha sostenuto e superato l'Esame di Stato che permette l'iscrizione all'Ordine degli psicologi. Per poter sostenere tale esame egli deve obbligatoriamente svolgere un tirocinio formativo della durata di un anno, nel quale fa esperienza nel campo della psicologia. Gli psicologi non sono tutti uguali, in quanto esistono all'interno delle università indirizzi formativi diversi (per es: psicologia clinica e di comunità, psicologia del lavoro e delle organizzazioni, psicologia dello sviluppo e dell'educazione, psicologia generale e sperimentale), i quali forniscono competenze diverse. Dopo la laurea egli può decidere di frequentare corsi o master che forniscono competenze in ambiti specifici, per esempio nel campo dei disturbi d'ansia.

Lo psicologo fornisce ai suoi utenti un aiuto non farmacologico, basato su colloqui di sostegno, strumenti diagnostici, consulenze, tecniche di rilassamento ecc. Sono molte le cose che egli può fare, purché non si configurino come terapia, poiché essa richiede il titolo di psicoterapeuta. Inoltre lo psicologo non può prescrivere farmaci, dal momento che per fare questo serve una laurea in medicina. Se possiede una laurea in medicina oltre a quella in psicologia lo può fare. Quindi, riassumendo, per essere tale lo psicologo deve possedere i seguenti requisiti:

  • laurea in psicologia; 
  • essere iscritto all'Ordine degli Psicologi di una regione italiana.

 

LO PSICOTERAPEUTA

Il percorso per divenire psicoterapeuta è duplice. Può partire dalla laurea in psicologia o da quella in medicina, conseguita la quale va intrapreso un corso di specializzazione riconosciuto dallo Stato Italiano della durata di almeno 4 anni. Dopo la laurea va superato l'Esame di Stato di psicologia esattamente come nel caso dello psicologo (Esame di Stato di Medicina nel caso del laureato in medicina). Dunque lo psicoterapeuta può essere sia medico che psicologo; nel caso che sia psicologo può esercitare tutte le attività dello psicologo e in più la psicoterapia, nel caso che sia medico può esercitare le attività del medico (fra cui la prescrizione di farmaci) e quelle dello psicoterapeuta. Lo psicologo psicoterapeuta non può prescrivere farmaci. L'attività dello psicoterapeuta va quindi più in profondità rispetto a quella dello psicologo, e permette di agire direttamente sui disagi della persona attraverso l'utilizzo di tecniche che variano a seconda della teoria di riferimento del professionista stesso.

Le scuole di specializzazione che permettono l'iscrizione all'albo degli psicoterapeuti sono molte e molto diverse fra loro. Ognuna di esse trae origine da un quadro teorico differente, non necessariamente incompatibile con gli altri, tant'è che spesso gli psicoterapeuti fanno uso contemporaneamente di tecniche provenienti da teorie di fondo diverse. Tra le scuole di specializzazione più frequentate abbiamo, per esempio, quella ad indirizzo cognitivista, cognitivo-comportamentista, quella sistemica familiare e quella psicanalitica.Per concludere, lo psicoterapeuta, per essere tale, deve possedere i seguenti requisiti:

  • laurea in psicologia o in medicina e chirurgia;
  • essere iscritto all'Ordine degli Psicologi di una regione italiana;
  • aver frequentato una scuola di specializzazione riconosciuta dallo Stato che permette l'iscrizione all'albo degli psicoterapeuti.

 

LO PSICHIATRA

Lo psichiatra è un laureato in medicina che ha intrapreso successivamente la specializzazione in psichiatria. Lo psichiatra non è psicologo, a meno che non abbia conseguito il relativo titolo; egli può tuttavia esercitare la psicoterapia. La differenza sostanziale tra psicologo/psicoterapeuta e psichiatra risiede nel modo di vedere la persona e nell'approccio utilizzato; mentre i primi due guardano la persona nel suo insieme, evitando di concentrarsi solo sul disturbo, lo psichiatra utilizza un metodo che può essere definito di diagnosi/cura. In sostanza egli focalizza la sua attenzione sul problema cercando di risolvere solo quello, esattamente come fa il medico.

Egli cura i disturbi psichici e le malattie mentali attraverso l'utilizzo dei metodi propri della psichiatria, che comprendono spesso l'utilizzo di farmaci. Avviene di sovente che sia lo psicologo/psicoterapeuta che lo psichiatra forniscano contemporaneamente il loro supporto ad una stessa persona, ottenendo un risultato migliore di quello che verrebbe raggiunto attraverso l'utilizzo esclusivo di uno dei due approcci.

Perchè iniziare una Psicoterapia?

Attualmente nell’immaginario collettivo è ancora molto diffusa l’idea del ricorso allo psicologo come “ultima spiaggia”: spesso solo quando si avverte di aver esaurito tutti i tentativi di soluzione del problema e prevale la confusione mista all’incertezza, si affaccia nella nostra mente il pensiero di ricorrere all’aiuto di uno psicoterapeuta.

L’inizio di una psicoterapia, a volte viene erroneamente vissuto come la certificazione del passaggio da una condizione normale ad una condizione patologica, che necessita di una “cura”.

Questa convinzione fa riferimento ad un atteggiamento che tende ad assimilare la professionalità dello psicoterapeuta a quella del medico, circoscrivendo il suo ambito di competenza esclusivamente alla patologia.

Questo modo di pensare ha notevolmente favorito la difficoltà ad accettare gli aspetti della propria personalità che giudichiamo “anomali” solo perché non coincidono con la rappresentazione ideale alla quale cerchiamo di assomigliare, in altre parole, noi ci percepiamo diversi da come vorremmo essere e, da questa distanza tra il sé ideale e il sé reale, deriva una sensazione di inadeguatezza che spesso è alla base del disagio o della sofferenza.

Un’esperienza emozionale correttiva

Ad esempio, una persona che sta affrontando una separazione/divorzio, non necessariamente presenta disturbi psicopatologici, ma ciò non esclude che egli possa ugualmente aver bisogno di uno specialista che l’accompagni durante una fase significativa della sua storia personale, offrendogli l’opportunità di vivere “un’esperienza emozionale correttiva” (Alexander, 1946).

Vivere un’esperienza emozionale correttiva, significa avere uno spazio “protetto” (rapporto con il terapeuta), nel quale poter sperimentare modalità relazionali efficaci, che poi potranno essere utilizzate nell’affrontare le difficoltà che ciascuno di noi vive all’interno delle relazioni significative che accompagnano la propria storia.

Se è vero che si apprende dall’esperienza, perché il processo comunicativo possa dirsi terapeutico bisogna che il terapeuta si ponga per il cliente come opportunità di fare un’esperienza altra rispetto a quella (o quelle) che lo portarono ad imparare a stare al mondo …male, troppo per potere,come si suol dire, andare avanti così.

Dire un’esperienza altra è come dire un’esperienza tale da permettere di imparare qualcos’altro rispetto a quello che è stato imparato fino ad oggi ai vari livelli sui quali ognuno di noi si dibatte per stare al mondo: quello cognitivo (io penso così perché…), quello emotivo (sento che …provo questo perché…).

Ad esempio, un genitore che si rivolge allo psicologo non lo fa perché ha una psicopatologia, ma solo perché vive la frustrazione di un rapporto disfunzionale con il figlio e, desidera confrontasi con uno specialista che l’aiuti ad individuare quelle modalità che si sono rivelate inefficaci in una relazione così significativa come quella genitore/figlio.

Questi sono solo alcuni esempi della versatilità dell’intervento psicologico, che non ha alcuna relazione con una condizione psicopatologica, e quindi non va automaticamente associato alla presenza di un disturbo che necessita un intervento terapeutico.

La psicoterapia serve a diminuire la sofferenza?

Ci sono momenti nella nostra vita in cui sentiamo il bisogno di guardarci dentro e ristabilire un contatto con noi stessi, riprendere quel dialogo interiore che è stato interrotto dalla sofferenza.

Rivolgersi ad uno psicoterapeuta significa essere accompagnati in un viaggio di esplorazione nel nostro mondo interiore, incontrare la propria sofferenza che finalmente troverà uno spazio e un luogo in cui essere ascoltata, accettata, compresa e che,“illuminerà” quelle parti di noi di cui non siamo pienamente consapevoli e, grazie alle quali, è possibile trovare nuove chiavi di lettura della propria storia.

A volte durante la nostra vita ci sono delle “battute d’arresto”, momenti in cui avvertiamo una “dissonanza” tra la nostra esperienza interiore e le situazioni che ci troviamo ad affrontare nella vita. Ad esempio una persona pur credendo delle proprie capacità non si sente sufficientemente considerata dai familiari o dai colleghi sul luogo di lavoro e ciò, inevitabilmente, si ripercuote sulla sua autostima, generando un abbassamento del tono dell’umore associato ad una sensazione di inadeguatezza.

Perché chiedere aiuto ad uno psicologo?

Chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta non vuol dire ammettere la sconfitta definitiva, delegando all’altro il compito di risolvere il problema, ma al contrario, avere l’umiltà di mettersi in discussione, assumendosi la responsabilità di orientare consapevolmente il proprio processo di crescita personale.

Significa darsi l’opportunità di incontrare i propri limiti, riconoscerli e individuare le risorse necessarie ad affrontare in modo proattivo le situazioni che creano difficoltà e rendono faticosa l’espressione delle potenzialità individuali.

La psicoterapia è un percorso durante il quale, inevitabilmente, emergono le contraddizioni che appartengono ad ognuno di noi, ma che spesso non riusciamo ad decodificare chiaramente nel momento in cui le stiamo vivendo.

Ognuno di noi ha una rappresentazione mentale di sé più o meno definita, ma in realtà siamo in continua evoluzione, ed è per questo che anche in condizioni sfavorevoli, tendiamo alla naturale espressione della nostra individualità, non a caso sono proprio le condizioni peggiori a rendere le esperienze straordinarie.

Le leggende metropolitane sulla psicoterapia

Nell’immaginario collettivo esistono tuttavia delle “false credenze” che riguardano la decisione di rivolgersi ad uno psicoterapeuta per migliorare il proprio benessere interiore, una di queste è il timore di diventare dipendente da lui per il resto della nostra vita.

Al contrario, uno degli obiettivi principali della psicoterapia, è favorire il recupero della fiducia nelle risorse personali e nella capacità di utilizzarle per riconquistare la piena autonomia nell’affrontare situazioni stressanti in modo funzionale.

Psicoterapia: ma quanto mi costi?

Un altro pregiudizio molto diffuso è quello relativo ai costi elevati della psicoterapia, pregiudizio derivante dall’iniziale diffusione della psicoanalisi che prevedeva almeno tre sedute settimanali e si prolungava a volte anche per più di un decennio.

Attualmente, con il diffondersi di altri approcci psicoterapeutici e il proliferare di ricerche scientifiche che hanno individuato i fattori di efficacia dell’intervento psicoterapeutico, si è verificato un profondo cambiamento in questo scenario; infatti oramai da molti anni si è verificata un’inversione di tendenza che ha condotto ad un ridimensionamento generale sia della frequenza delle sedute (quasi sempre a cadenza settimanale), sia della durata complessiva della psicoterapia, che è prevedibile soltanto in alcuni orientamenti psicoterapeutici, ma non può certo prolungarsi per un decennio.

D’altro canto, bisogna rilevare il costo, non solo economico, dell’effetto dello stress e delle varie somatizzazioni (ad es. disturbi psicosomatici come alcune reazioni allergiche), determinate da piccoli o grandi “terremoti” emozionali e dalle conseguenti ripercussioni sulla salute fisica, sulla produttività e sulle nostre relazioni interpersonali.

Psicologo o amico?

Un altra convinzione molto diffusa è:”gli amici e i familiari sono gli unici che possono aiutarmi, perché loro mi vogliono bene”.

A tal proposito, non bisogna confondere il sostegno che può essere offerto da un amico che simpatizza identificandosi con noi, dal ruolo svolto da uno psicoterapeuta che entra in empatia con le nostre emozioni, in altri termini, egli è in grado di sentirle come se fossero le proprie, senza dimenticare che non appartengono a lui, quindi non cede alla tentazione di sostituirsi a noi, offrendo indicazioni e suggerimenti sul modo di risolvere i nostri problemi.

Al contrario, il compito del terapeuta è quello di facilitare un processo di autoconsapevolezza che ci consenta di riprenderci il nostro potere personale e di esercitarlo proprio in quelle situazioni in cui, in passato, abbiamo sperimentato un senso di inadeguatezza.

Non a caso, è proprio quando il coinvolgimento emotivo è molto intenso, abbiamo bisogno di qualcuno in grado di fare da “specchio” alla nostra sofferenza, tollerandone l’intensità e mantenendo la “giusta distanza”, accompagnandoci attraverso la qualità della sua presenza nel percorso di crescita personale che è alla base di qualsiasi processo di cambiamento.

Il timore di essere giudicati dal terapeuta

Ancora una volta la notevole diffusione della psicanalisi ha determinato una costante generalizzazione nell’immaginario collettivo che ha prodotto lo stereotipo di un rapporto “sbilanciato” tra terapeuta e cliente dove il potere sta tutto nelle “mani” del terapeuta e che si manifesta attraverso la sua interpretazione dell’esperienza del paziente.

Al contrario, la psicoterapia è un processo relazionale che si basa sulla collaborazione paritaria, il cui obiettivo non è la valutazione della personalità, lo specialista infatti, deve essere in grado di sospendere il giudizio nei confronti del cliente che, a sua volta, dovrebbe avvertire tale atteggiamento non giudicante e sentirsi dunque libero di esprimere il suo vissuto senza farsi condizionare dal timore di essere giudicato dal suo terapeuta.

Se la psicoterapia è efficace, promuove la fiducia in sé stessi, quindi rende inutili l’utilizzo di “maschere” per nascondere agli altri i nostri pensieri o sentimenti, l’autenticità diventa quindi una condizione indispensabile ad orientare le scelte e i comportamenti in sintonia con la propria personalità.

Che succede se provo sentimenti negativi verso il terapeuta?

Tali sentimenti sono una parte fondamentale del processo terapeutico e possono essere un utile “strumento” per la comprensione di sé stessi. E’ importante che il cliente non reprima i sentimenti negativi dentro di sé, ma si senta libero di condividerli con il terapeuta, sicuro che egli sarà in grado di tollerarli, offrendogli l’opportunità di sperimentare modalità di gestione della conflittualità alternative e non distruttive.

E’ fondamentale che la persona possa avvertire da parte del terapeuta la capacità di contenere tali vissuti negativi, in questo modo, l’alleanza terapeutica ne verrà inevitabilmente rinforzata.

La relazione terapeutica si costruisce a partire da una domanda di cambiamento, accettare l’incognita e la sfida del viaggio alla scoperta del nostro mondo interiore, implica un atto di fiducia verso chi ci accompagnerà e in seguito verso sé stessi.

L’Approccio centrato sulla Persona

Ed è stato proprio il desiderio di accettare l’incognita e la sfida di questo viaggio che mi ha indotto a scegliere l’Approccio Centrato sulla Persona in quanto più aderente alla mia concezione di psicoterapia, come progetto volto a restituire il potere personale del cliente ed a favorirne la piena autorealizzazione.

Questo orientamento psicoterapeutico nato negli anni ’40 negli Stati Uniti dal lavoro di Carl Rogers, rientra nell’area della Psicologia Umanistica, è un orientamento nel quale non si utilizzano strategie e metodi, nel senso comune della parola, proprio perché si utilizza il modo di essere del terapeuta, la sua capacità di entrare in relazione con l’altro e di comprendere come viene percepito dal cliente, al fine di facilitare il cambiamento; solo se il terapeuta riesce ad instaurare un autentico clima di accettazione, consentirà alla persona di esplorare gli aspetti di sé che maggiormente lo spaventano, o di cui si vergogna, o che svaluta. L’accettazione positiva incondizionata del cliente da parte del terapeuta determina l’abbassamento delle difese che permette al cliente di rimettere in discussione alcuni aspetti di sé, promuovendo un processo di crescita personale.

Il primo colloquio

Solitamente offro alla persona la possibilità di fare un primo colloquio durante il quale ascolto il suo vissuto relativo al “qui ed ora” ovvero partendo da quella che è l’esperienza attuale e dalle difficoltà che la persona incontra, facendo emergere i suoi bisogni e le sue aspettative riguardo al percorso psicoterapeutico.

I primi colloqui sono molto importanti perché consentono ad entrambi (terapeuta e cliente) di valutare se esistono i presupposti per la costruzione di un’alleanza terapeutica, in fondo si tratta di una scelta reciproca che non si basa tanto sulla competenza del terapeuta riguardo al problema specifico del cliente, quanto piuttosto sulla capacità del terapeuta di promuovere un processo di cambiamento che coinvolga attivamente il cliente in un percorso di crescita personale.

Solitamente io consiglio al cliente di non decidere al termine del primo colloquio se proseguire o meno il rapporto professionale, poiché ritengo sia importante concedersi un tempo minimo per lasciar “sedimentare” dentro di sé le emozioni, a volte molto intense scaturite durante il colloquio e, lasciar affiorare eventuali sensazioni positive o negative legate alla propria esperienza.

La responsabilità della scelta

In questo modo già dalla prima seduta la persona viene invitata ad assumersi la responsabilità della propria scelta e a focalizzare la sua attenzione sul carattere di unicità che caratterizza la relazione tra “quel terapeuta” e “quella persona”.

Si tratta infatti di una scelta reciproca e significativa nella quale entrambi sono chiamati ad essere onesti: il terapeuta deve chiedersi “posso entrare in relazione con questa persona in modo autentico e non giudicante in modo da facilitare un processo di cambiamento?”, al tempo stesso il cliente potrà interrogarsi “questa persona è riuscita a facilitare la comprensione dei miei stati d’animo? Come mi sono sentito durante il colloquio? Sento che questa persona è entrata in relazione empatica con me?”.

Oltre al sollievo provato nel constatare che i propri vissuti personali sono compresi da qualcuno che li ascolta, il soggetto inizia a cambiare il suo modo di affrontare la vita. Una persona scopre nuovi aspetti della sua personalità, riesce ad individuare nuove chiavi di lettura della propria esperienza, sperimenta sulla “sua pelle” la capacità di accedere alle proprie risorse interiori e di utilizzarle per assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Decidere di dare ascolto al proprio malessere vuol dire affrontare la sofferenza in modo costruttivo, evitando che con il passare del tempo possa consolidarsi originando una patologia vera e propria.

Imparare ad essere se stessi

Concludo questo articolo con le parole di una cliente che descrive la sua esperienza durante la psicoterapia: “La fatica più grande: affidarmi ad un’altra persona (…) ma la salvezza è stata proprio quella. Abbandonarmi e scoprire il sollievo di non annegare (…) di non precipitare nel vuoto della pazzia, perché uno sguardo altro mi sosteneva (…) dare voce a tutte le parti di me, dare a tutte una dignità e diritto di esistere con la loro verità. Ho scoperto che non volevo perderne neppure una, in tutte mi sono riconosciuta” (Kopp, 1975, pp. 26)

La relazione terapeutica si costruisce all’interno di un processo comunicativo caratterizzato da una speciale mancanza: manca l’oggetto della comunicazione, quello di cui si parla, quello a cui si accenna, quello che si cerca di comprendere.Attraverso il crearsi tra terapeuta e cliente di una dimensione relazionale tale da correggere gli effetti di altre esperienze disfunzionali avute nella sua vita. Si tratta dunque di un processo in cui la comprensione reciproca- il comprendersi – si pone come condizione indispensabile per comprendere il problema che motiva la domanda in terapia.

E’ un’esperienza che cura l’esperienza.

Paura, Ansia e Attacchi di Panico

Sembra sempre necessario e quasi canonico dover distinguere l’ansia dalla paura. L’ansia è uno stato di preoccupazione apparentemente indipendente da una situazione stimolo, la paura è una reazione psicosomatica simile all’ansia altresì legata ad un chiaro stimolo scatenate (ad esempio una scossa di terremoto attiva una risposta di paura). Dover sempre definire la differenza di queste due dimensioni comuni non cambia poi la sostanza dei fatti. Sia la Paura che l’Ansia sono necessarie alla sopravvivenza dell’individuo. Stiamo parlando di due emozioni che hanno la funzione di organizzare e preparare l’organismo ad una performance/risposta di qualche tipo. Quando la loro intensità è superiore alla capacità dell’individuo di poterle contenere e utilizzare in modo funzionale alla propria sopravvivenza si incorre nel rischio di un blocco, di una paralisi dell’intero organismo. Generalmente, ansia e paura, devono essere eliminate, poiché c’è l’idea magica condivisa che per stare bene uno non deve sentire il cuore che batte, la gola secca, la difficoltà a deglutire, il tremore alle gambe, ma la verità è che è difficile far tacere il proprio corpo. Un corpo che si vorrebbe zittire perché così disturba, inquieta, tormenta, fa troppo rumore. In realtà ci accorgiamo della presenza del corpo solo in situazioni di forte disagio come ad esempio gravi malattie, incidenti, dolore. In queste circostanze accettiamo il dialogo con il nostro corpo perché c’è una causa rintracciata che ne giustifica la reazione. Ma quando non vi è una causa apparente o quantomeno quando la mente non individua o non riconosce l’origine di ciò che registra, il più delle volte l’individuo se ne spaventa. Il corpo per la nostra cultura occidentale è uno sconosciuto in quanto conosciuto prevalentemente nella sua dimensione biologica e scollegato dall’interazione costante con una mente che registra gli accadimenti e cerca di darne significato. Il corpo vive indipendentemente dall’attenzione e dall’ascolto che gli si presta. Spesso è il primo “segnalatore acustico” che qualcosa all’interno del sistema persona non è in armonia. Quello strano malessere, quel disagio, che dirompe in modo silente o in modo acuto sfuggendo ad un controllo che si vorrebbe mantenere a tutti i costi lascia la persona sorpresa e disorientata. A. B. Ferrari ne L’eclissi del corpo (2004, Borla) paragona le sensazioni a prodromi di pensiero. La capacità della persona di dare significato a ciò che sente e a poterlo comunicare, coincide con la capacità della stessa di poter contenere l’insieme delle sensazioni, emozioni e percezioni che fanno parte della propria corporeità e avere il senso, dunque, usando una metafora di “abitare la propria casa” di sapere cioè dove si é, quale spazio si occupa e come lo si occupa. Nell’attacco di panico la fisicità diventa assordante e la persona vive un senso di impotenza e di estraneità a se stessa poiché tutto sfugge al controllo che si vorrebbe. I pensieri attivati da questa fisicità dirompente sono pensieri di morte, di follia, di incapacità, di inettitudine. Superato il momento di crisi rimane un’angoscia profonda legata, da un lato, alla paura che questa esperienza si ripeta e dall’altro, al timore di aver incontrato un corpo sconosciuto e di aver sperimentato la sensazione di limite e di finitezza. Ma è proprio l’ascolto di queste due sensazioni ad attivare il processo di pensiero e l’attenzione su di se e la curiosità, la dove si voglia, di incontrare se stessi per provare a rendere dicibile il proprio sentire, riconoscerlo e ricollocarlo per poterlo far proprio e comprendere e contenere.

Le componenti dell'ansia

L'ansia è costituita da tre diverse componenti:

 

  1. Componente comportamentale la quale, come visto in precedenza, viene attivata con la finalità di reagire alla situazione e ristabilire le condizioni ottimali di benessere. Le possibilità sono due: affrontare di petto il problema che si è presentato oppure evitarlo. Nel primo caso, se per esempio si manifesta una situazione inaspettata per la quale si è impreparati, si reagisce analizzando il problema e preparando una soluzione adeguata. Nel caso dell'evitamento invece si tende a rimandare il problema, ottenendo un senso di sollievo immediato, per poi lasciare posto ai sensi di colpa e lesioni dell'autostima, aumentando il rischio che questo genere di situazione si ripresenti in futuro come per l'effetto di una abitudine.

 

  1. Componente cognitiva rappresentata da una serie di processi mentali volti a valutare se stessi e la situazione in cui ci si trova. Tra questi:
  • o il fatto di concentrarsi esclusivamente sugli aspetti percepiti come maggiormente minacciosi;
  • o valutare in modo irrealistico e irrazionale la realtà, per esempio considerare il giudizio circa la riuscita o meno di un compito come un giudizio globale sulla persona ("se non riesco a fare questo sono un incapace.");
  • o l'autosvalutazione, per esempio pensare di non essere in grado si svolgere un determinato compito, di non essere all'altezza, di non potercela fare;
  • o la catastrofizzazione, ovvero sopravvalutare la situazione esterna fino al punto di convincersi che è qualcosa di incontrollabile e sentirsi sopraffatto da essa come di fronte ad un cataclisma;
  • o il perfezionismo, ovvero la tendenza a rimandare continuamente la decisione di affrontare un compito, un problema o la valutazione da parte di altri fino a quando non ci si ritiene perfettamente preparati.

 

  1. Una base fisiologica che prepara e predispone l'organismo all'azione. Le principali modificazioni fisiologiche sono:
  • o l'aumento della tensione muscolare con conseguente potenziamento dell'afflusso sanguigno ai muscoli (per poter reagire prontamente con la fuga o l'attacco in caso di necessità);
  • o la tachicardia in cui l'accelerazione dei battiti del cuore risulta percepibile ed è finalizzata a pompare una maggiore quantità di sangue alle parti dell'organismo che vengono attivate. Aumento della pressione sanguigna;
  • o l'iperventilazione, cioè l'aumento della frequenza respiratoria al di fuori del controllo della persona, che può portare a provare un senso di vertigine e nei casi più gravi ad un annebbiamento della vista e progressiva diminuzione della capacità di comprensione;
  • o l'aumento della sensibilità dell'organismo agli agenti esterni, per esempio maggiore dilatazione delle pupille e sensibilità al dolore.

Disturbi dell'umore, la Depressione

Depressione

Probabilmente tutti nell'arco della propria hanno attraversato un periodo o anche un solo giorno in cui si sono "sentiti giù" e hanno pronunciato parole come: "Mi sento depresso".
La depressione (depressione clinica, in realtà, è qualcosa di diverso del "sentirsi giù": è una condizione che colpisce non solo l'umore ma anche i pensieri, i sentimenti, le percezioni, le funzioni motorie e tutto l'individuo, comportando una sofferenza per lui e per i suoi familiari elevata.
Nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) vengono distinti una serie di disturbi della sfera dell'umore, utili al clinico per meglio inquadrare un disagio e per permettere la comunicazione fra professionisti in ambito scientifico.
Lo psicologo, nei colloqui di valutazione e attraverso l'utilizzo di test, verifica che siano presenti i "criteri" diagnostici del DSM per un determinato disturbo.

In questo sito non troverete la criteriologia che differenzia i vari disturbi; come già spiegato, questi criteri servono al clinico per definire precisamente il problema della persona che si rivolge a lui: sarà poi compito dello psicologo riferire al paziente la "diagnosi" per "dare un nome" al malessere del paziente ed elaborare insieme una strategia di intervento.
Sebbene sia una diagnosi la valutazione che lo psicologo fa, preferisco comunque evitare di usare questo termine nella descrizione dei disturbi in questo sito, cercando invece di usare un linguaggio che giunga facilmente alle persone.
È comunque essenziale che una diagnosi la ponga lo psicologo, o comunque uno specialista del campo, e non farsi diagnosi da sè, magari trovando informazioni su internet, da amici o da qualche giornale che riporta una qualche notizia o qualche test che "valutano" il benessere di una persona.

 

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità - OMS - (World Health Organization, WHO) la depressione è la sofferenza mentale più diffusa al mondo: si stima che ogni anno nel mondo si ammalino di depressione circa 100 milioni di persone [World Health Organization, 1999, Press Release. World Health Report 1999 Making a difference. Geneva: WHO].
La depressione comporta come sintomo principale l'abbassamento persistente e per lo più costante dell'umore, cui possono associarsi una serie di altri sintomi fra cui: mancanza di interessi, incapacità di provare piacere, anche per le cose che precedentemente ne erano fonte, mancanza e/o aumento di appetito con conseguente perdita/aumento di peso, sentimenti di vuoto, incapacità di provare emozioni, facile affaticabilità e mancanza di energie, sonno disturbato, difficoltà a concentrarsi, pensieri di morte.
Il quadro della depressione è quindi complesso e articolato con diversi sintomi che possono essere presenti e con diversa intensità.
Le persone depresse vedono il mondo con pessimismo, possono provare sentimenti di disperazione e autocritica.

È un malessere che può presentarsi in momenti della vita difficili e permanere per parecchio tempo se non adeguatamente diagnosticato e curato.
Accade spesso che la depressione sia episodica: dura un determinato periodo di tempo e quindi si risolve con una ripresa della persona.
Purtroppo non è così la depressione è una malattia subdola, che si instaura a volte lentamente, sembra non essere grave e dopo qualche tempo ci si riprende, magari facendosi consigliare qualche pillola.
È invece dimostrato che la depressione se non curata con adeguata terapia tende a ripresentarsi, talora anche in forma aggravata.
Se non curata può cronicizzarsi e può anche essere causa di suicidio.

 

Immaginiamo due persone che stiano attraversando una condizione di vita problematica. Una delle due sviluppa una depressione mentre l'altra no. Il pregiudizio della nostra cultura farebbe subito pensare che la persona uscita "indenne" è sicuramente "più forte", ha "carattere", ha "più volontà": è errato pensare questo.
La depressione può colpire chiunque; non è segno di debolezza, di fragilità mentale, di mancanza di volontà; soprattutto non è il preludio alla pazzia!

La domanda che sorge ora potrebbe essere:"Qual è la causa della depressione?"
La risposta a questa domanda non c'è o più precisamente vi sono varie teorie sulla causa della depressione. Alcune teorie indicano la presenza di fattori genetici "predisponenti" la depressione: livelli neurochimici e neurormonali individuali e, secondo alcuni autori, anche fattori ereditari.
Altre teorie, invece, sottolineano il ruolo di fattori psicologici individuali dovuti alle esperienze che hanno caratterizzato la nostra vita e che predispongono ad una "vulnerabilità" alla depressione. Pur con questa vulnerabilità acquisita, non è detto comunque che una persona sviluppi una depressione a meno che non si trovi ad affrontare una situazione traumatica che agisce come "fattore scatenante" e che innesca il disturbo.

Spesso, tuttavia, sono vari e molteplici i fattori che concorrono, interagendo fra di loro, alla comparsa di una depressione: caratteristiche genetiche individuali legate a quelle psicologiche (formatesi nel corso della vita) e influenzate dal contesto sociale (noi siamo immersi corpo e mente nelle relazioni con il mondo) concorrono tutte insieme nello sviluppo di un malessere.

Con un intervento efficace la depressione si cura; le persone possono tornare a svolgere le loro attività come un tempo, possono recuperare le loro relazioni e imparare a prevenire eventuali ricadute.

Ci vuole una grande forza di volontà per decidere di cercare aiuto poichè la volontà da sola non basta; deve essere sorretta e incoraggiata da un professionista che aiuta la persona a riprendere in mano la propria vita.

 

Disturbi dell'umore

Mania

La mania può rappresentare l'altro lato della medaglia della depressione e può anche essere associata al disturbo depressivo, susseguendosi ad esso a fasi alterne, andandosi a configurare nel disturbo definito "bipolare".

Il termine mania deriva dalla mitologia:era il nome di una divinità molteplice che personificava la Follia.
Il significato corrente è quello di "idea fissa" (ad esempio "Quella persona ha la mania per i nani da giardino!").
Dall'uso che se ne fa nel linguaggio quotidiano deriva anche la definizione che daremmo di "maniaco", intendendo, infatti, con questo termine una persona che ha un'idea fissa prevalente.

In clinica, invece, il temine mania si riferisce ad una condizione caratterizzata da un umore abnormemente e costantemente elevato, espanso e irritabile. È presente autostima esagerata e/o idee di grandiosità, un ridotto bisogno di sonno, spinta continua a parlare, facile distribilità, ricerca di attività piacevoli che però comportano un alto rischio di conseguenze dannose (da DSM).

Accade spesso che le persone in fase maniacale non percepiscano la condizione di malessere psicologico che le riguarda: si sentono piene di energia e di vitalità, instancabili, inarrestabili, invincibili e di certo non considerano queste cose come segno di un disagio.
Altre volte la maniacalità si manifesta con intensa rabbia, senso di ingiustizia subita, irritabilità e talora anche aggressività, spesso incontrollata a causa della mancanza di percezione delle conseguenze dovute ai propri comportamenti ed emozioni.
Questa condizione porta ad una compromissione nelle aree lavorativa, sociale ed interpersonale; sono per lo più i familiari o una persona molto vicina che cercano aiuto per conto del soggetto che vive una condizione maniacale.
I rischi fisici per le persone con questo disturbo possono essere molto elevati poichè possono non rendersi conto della pericolosità delle situazioni o della gravità dei comportamenti che mettono in atto (guidare imprudentemente e ad alta velocità, bere in maniera eccessiva, litigare con persone in maniera aggressiva, ecc.)

Mi sembra abbastanza chiara, a questo punto, la differenza fondamentale fra un episodio maniacale e la gioia, anche elevata, per un qualche evento piacevole che accade ad una persona.
Anche per questo disturbo, discriminanti fra una situazione "nella norma" ed una che non lo è sono la frequenza e l'intensità con cui sono presenti i sintomi sopra descritti.

Come già scritto sopra, la mania e la depressione possono rappresentare i due lati di una medaglia che si prende il nome di "disturbo bipolare.": una condizione caratterizzata dall'alternarsi dei due disturbi a fasi alterne.

La fase maniacale generalmente dura meno di quella depressiva; una fase può apparire all'improvviso o sopraggiungere lentamente. Fra una crisi depressiva e quella maniacale può anche esserci un periodo in cui il soggetto ha un umore "normale".

Il disturbo bipolare richiede particolare attenzione: può rivelarsi utile e/o necessario l'uso di farmaci per stabilizzare l'umore (dopo visita da uno specialista) e iniziare un efficace trattamento che mirerà soprattutto a ridurre la frequenza con cui si presentano le fasi maniacali e depressive e fornirà alla persona strumenti utili per affrontare le crisi.

I Disturbi Sessuali

I DISTURBI SESSUALI E DELL'IDENTITÀ DI GENERE

La sessualità è una delle sfere più personali e private di un individuo. Ognuno di noi è un essere sessuato con preferenze e fantasie che talvolta possono persino scandalizzare gli altri, ma che fanno comunque parte del normale funzionamento sessuale. Quando invece fantasie o desideri hanno su noi stessi o sugli altri effetti indesiderati o dannosi, come ad esempio nel caso del voyeurismo, essi cominciano a qualificarsi come patologici (parafilie).

Disturbi dell'identità di genere: sei un ragazzo o una ragazza? Sei un uomo o una donna? La risposta a queste domande è immediata e ovvia per quasi tutte le persone, anche per quelle affette da disturbi mentali gravi come la schizofrenia. La nostra identità di genere, ossia il nostro sentirci maschi o femmine, è così profondamente radicata fin dalla primissima infanzia che la stragrande maggioranza delle persone è certa della propria appartenenza di genere, anche quando ha subìto eventi particolarmente stressanti in qualche momento della vita. Alcune persone, più spesso uomini che donne, fin dalla prima infanzia sentono dentro di sé di appartenere al sesso opposto. I loro attributi anatomici, ossia i genitali normali e le consuete caratteristiche secondarie, quali la crescita della barba nei maschi e lo sviluppo del seno nelle femmine, non sono sufficienti a convincerli così come fanno con gli altri che li vedono. Un uomo può guardarsi allo specchio, vedere un individuo biologicamente maschile e malgrado ciò affermare di essere donna.

Inoltre è possibile che egli cerchi di convincere il personale medico a intervenire per far sì che il suo corpo corrisponda alla sua identità di genere. Il disturbo dell'identità di genere comprende le persone con disforia di genere, ovvero coloro che sono insoddisfatti del proprio sesso anatomico e che desiderano appartenere al sesso opposto. Fra questi, sono presenti alcuni che desiderano sottoporsi a manipolazioni chirurgiche per acquisire gli attributi del sesso opposto; questi ultimi sono talvolta indicati come transessuali. I soggetti con un disturbo di identità di genere soffrono spesso di ansia e depressione; il che non sorprende se si considera la loro difficile situazione psicologica. Inoltre, un maschio con disturbo dell'identità di genere interpreta il proprio interesse sessuale nei confronti degli uomini che una preferenza eterosessuale convenzionale, dato che si considera a tutti gli effetti una donna.

Feticismo: i feticisti sono persone che raggiungono l'eccitazione sessuale solo attraverso l'uso di un oggetto inanimato. I feticisti, quasi sempre maschi, hanno impulsi sessuali ricorrenti nei confronti di oggetti inanimati, detti "feticci" (per esempio, scarpe da donna), e la presenza del feticcio è marcatamente preferita o addirittura necessaria per l'eccitazione sessuale. Belle scarpe, calze velate, articoli da toletta, pellicce e, in particolare, biancheria intima, sono fonti comuni di eccitazione per i feticisti. Alcuni agiscono il loro feticismo in privato, altri hanno bisogno che il partner sessuale indossi il feticcio come fonte di eccitazione per il rapporto sessuale. Talvolta i feticisti sono soprattutto interessati a collezionare gli oggetti desiderati, e possono commettere effrazioni continue per procurarsi nuovi esemplari da aggiungere la loro bottino.

L'attrazione provata dal feticista verso l'oggetto è involontaria e irresistibile. Il feticista attratto da stivali deve vedere e toccare uno stivale per eccitarsi, e quando il feticcio è presente l'eccitazione è irresistibilmente forte. Quando un uomo si eccita sessualmente indossando abiti femminili, pur continuando a considerarsi un uomo, si parla di feticismo di travestimento, o travestitismo. Un travestito può provare soddisfazione nell'apparire in pubblico in sembianze femminili; alcuni, che impersonano ruoli femminili, si esibiscono in locali notturni per il divertimento di quelle persone di abitudini sessuali convenzionali che amano gli spettacoli di travestitismo. Tuttavia, a meno che il travestimento non sia associato con l'eccitazione sessuale, questi intrattenitori non sono considerati travestiti.

Pedofilia e incesto: i pedofili, sono degli adulti, solitamente maschi, stando a quanto indicato dai rapporti di polizia, che traggono gratificazione sessuale dal contatto fisico e spesso sessuale con bambini prepuberi con i quali non hanno rapporti di parentela. Il DSM richiede che il pedofilo abbia almeno 16 anni e sia di almeno 5 anni maggiore del bambino. Il pedofilo può essere omosessuale o eterosessuale. La violenza entra di rado nel quadro della molestia, ma può verificarsi, come testimoniano alcune sordide vicende portare all'attenzione della pubblica opinione dai media. Anche se nella maggior parte dei casi i pedofili non ledono fisicamente le loro vittime, alcuni spaventano il bambino, per esempio uccidendo il suo animaletto preferito e minacciando altre ritorsioni nel caso il bambino rivelasse tutto ai genitori.

Una minoranza di pedofili, che possono essere classificati come affetti da sadismo sessuale o come personalità antisociali (psicopatici), infliggono gravi lesioni fisiche all'oggetto della loro passione. Questi ultimi potrebbero essere definiti più propriamente stupratori di bambini, poiché il loro desiderio di far del male al bambino è almeno altrettanto forte del desiderio di ottenere una gratificazione sessuale. Il termine incesto fa riferimento alla relazione sessuale tra parenti stretti per i quali il matrimonio è proibito. L'incesto è classificato nel DSM come un sottotipo della pedofilia. La forma di incesto più comune è quella tra fratello e sorella, seguita da quella tra padre e figlia che è considerata più patologica. Vi sono due importanti distinzioni da fare tra incesto e pedofilia: innanzitutto l'incesto, per definizione, avviene tra i membri della stessa famiglia, e in secondo luogo la maggior parte delle vittime dell'incesto tende ad essere più matura rispetto all'oggetto del desiderio di un pedofilo. Si dà più spesso il caso che un padre inizi ad interessarsi alla figlia quando questa comincia a maturare fisicamente, laddove un pedofilo è interessato al bambino proprio per la sua immaturità sessuale.

Voyeurismo: si tratta di una preferenza marcata per il raggiungimento della gratificazione sessuale attraverso l'osservazione di altre persone mentre sono nude o impegnate in attività sessuali. Il voyeur raggiunge l'orgasmo attraverso la masturbazione, o durante l'attività voyeuristica o successivamente, quando ricorda ciò che ha visto. Il voyeur talvolta fantastica di avere un contatto con la persona osservata, ma il più delle volte questa rimane una fantasia; nel voyeurismo, il contatto tra osservatore e osservato è raro.

Esibizionismo: l'esibizionismo è una preferenza marcata a ricorrere, per il raggiungimento della gratificazione sessuale, all'esposizione dei propri genitali davanti a un estraneo che non se lo aspetta. Come per il voyeurismo, sono rari i tentativi di avere un contatto effettivo con lo sconosciuto. L'eccitazione sessuale deriva dal fantasticare di mostrarsi, oppure dal farlo effettivamente, e l'esibizionista si masturba o mentre fantastica o addirittura mentre si mostra.

Sadismo sessuale e masochismo sessuale: la caratteristica chiave del sadismo sessuale è una preferenza marcata per il raggiungimento o l'accrescimento della gratificazione sessuale mediante la sofferenza fisica o psicologica inflitta alla vittima. Nel masochismo sessuale invece la soddisfazione sessuale viene raggiunta o accresciuta attraverso la sofferenza fisica o l'umiliazione alle quali ci si sottopone. Entrambi questi disturbi si riscontrano sia nelle relazioni eterosessuali che in quelle omosessuali. La maggior parte dei sadici stabilisce un rapporto con i masochisti per trarne una reciproca gratificazione sessuale.

Disturbi del desiderio sessuale: sono di due tipi, il primo è il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo, il quale si riferisce alla carenza o all'assenza di fantasie e impulsi sessuali; il secondo è il disturbo da avversione sessuale, nel quale vengono attivamente evitati quasi tutti i contatti genitali con il partner. Tra le cause di tali disturbi sono presenti fattori di ordine religioso, il tentativo di intrattenere rapporti sessuali con un partner del sesso non preferito, la paura di perdere il controllo, il timore delle gravidanze indesiderate, la depressione, gli effetti collaterali dei farmaci quali gli anti-ipertensivi e itranquillanti, le tensioni interpersonali (tensioni di coppia) e la mancanza di attrazione derivante da fattori quali la scarsa igiene personale del partner.

Disturbi dell'eccitazione sessuale: alcune persone non presentano alcun problema relativo al desiderio sessuale, ma hanno difficoltà a raggiungere o a mantenere l'eccitazione sessuale. I due disturbi appartenenti a questa categoria sono il disturbo dell'eccitazione sessuale femminile e il disturbo maschile dell'erezione. La diagnosi di disturbo dell'eccitazione è posta per la donna quando è presente una lubrificazione vaginale costantemente inadeguata all'agevole completamento del rapporto sessuale, e per l'uomo quando si manifesta una persistente incapacità di raggiungere o di mantenere l'erezione fino al completamento dell'attività sessuale.

Disturbi dell'orgasmo: sono tre, ovvero il disturbo dell'orgasmo femminile che si riferisce all'assenza di orgasmo dopo un normale periodo di eccitazione sessuale; il disturbo dell'orgasmo maschile che si riferisce alla difficoltà da parte dell'uomo ad eiaculare; e l'eiaculazione precoce che è probabilmente la disfunzione sessuale più diffusa tra i maschi. Nella eiaculazione precoce l'uomo eiacula a volte ancor prima di penetrare la vagina, e di solito entro pochi secondi dalla penetrazione.

Disturbi da dolore sessuale: i disturbi di questa categoria sono due, la dispareunia e il vaginismo. La dispareunia consiste in un dolore ricorrente e persistente prima, durante o dopo il rapporto sessuale. Il vaginismo è invece caratterizzato da spasmi involontari della vagina, tali da rendere impossibile il rapporto sessuale.

Le Fobie

LE FOBIE SOCIALI E SPECIFICHE

La fobia viene definita come un comportamento di evitamento mediato dalla paura e in grado di interferire significativamente con le normali attività dell'individuo. Tale condotta di evitamento, inoltre, è sovradimensionata rispetto al pericolo rappresentato dall'oggetto o dalla situazione specifici, e l'individuo ne riconosce l'irragionevolezza. Tra le fobie più diffuse sono presenti la paura delle altezze (acrofobia), la paura dei ragni (aracnofobia), la paura dei serpenti (ofidiofobia), la paura del sangue e delle ferite (emofobia), la paura degli spazi chiusi (claustrofobia), la paura dei luoghi pubblici (agorafobia), la paura di essere sepolti vivi (tafofobia) e la paura dei cani (cinofobia). Per un elenco completo delle fobie più diffuse vedere il glossario delle fobie nella pagina chi sono)

FOBIE SPECIFICHE

Le fobie specifiche sono paure ingiustificate, causate dalla presenza o dall'attesa di un oggetto o di una situazione specifici. Molte paure specifiche non causano problemi così invalidanti da spingere la persona a cercare un aiuto esterno. Se, per esempio, una persona affetta da una estrema paura dei serpenti vive in un'area metropolitana, molto probabilmente avrà ben pochi contatti diretti con l'oggetto della sua paura, per cui si convincerà di non soffrire di alcun problema serio. Il discorso sarebbe ben diverso se la persona in questione vivesse in una zona in cui è presente un grande numero di serpenti. Il termine fobia in genere implica una sofferenza psicologica soggettiva e una menomazione del funzionamento sociale o lavorativo come conseguenza dell'ansia.

Il tasso di prevalenza di tali disturbi si aggira attorno al 7% negli uomini e al 16% nelle donne. Il contenuto delle fobie specifiche varia notevolmente da una cultura all'altra; in Cina per esempio, Pa-leng è una fobia del freddo in cui la persona teme che la perdita di calore corporeo possa minacciare la sua esistenza. Questa paura appare correlata alla filosofia cinese dello ying e dello yang, dove lo ying indica gli aspetti freddi e ventosi della vita, che indeboliscono l'energia. Pertanto, le convinzioni più diffuse all'interno di una cultura sembrano in grado di incanalare le paure individuali verso particolari situazioni od oggetti.

FOBIE SOCIALI

Si definisce fobia sociale, detta anche disturbo d'ansia sociale, una paura irrazionale e persistente, generalmente collegata alla presenza di altre persone. Questa condizione può essere estremamente debilitante, in quanto chi ne soffre cerca di evitare una particolare situazione in cui potrebbe essere oggetto di valutazione da parte di altri e rivelare segni di ansietà o manifestare un comportamento imbarazzante. Le fobie sociali possono essere di tipo generalizzato o specifico, a seconda della gamma di situazioni temute ed evitate. Negli individui che soffrono del tipo generalizzato il disturbo ha un esordio più precoce ed è spesso accompagnato da una maggiore tendenza alla depressione e all'abuso di alcool.

Le fobie sociali sono piuttosto comuni, con un tasso di prevalenza nell'arco della vita pari all'11% negli uomini e al 15% nelle donne. Il loro esordio è spesso localizzato durante l'adolescenza, quando la consapevolezza sociale e l'interazione con gli altri assumono un'importanza molto maggiore nella vita della persona. Non è raro tuttavia che queste paure si manifestino anche tra i bambini. Come per le fobie specifiche, il contenuto delle fobie sociali varia in base alla cultura di appartenenza. In Giappone, per esempio, ha un ruolo di primo piano la paura di recare offesa agli altri; negli Stati Uniti è più comune la paura di essere valutati negativamente dagli altri.

 

 

Disturbi Dissociativi

I DISTURBI DISSOCIATIVI

I disturbi dissociativi sono quattro: amnesia dissociativa, fuga dissociativa, disturbo di depersonalizzazione, disturbo dissociativo d'identità. Essi si caratterizzano per profonde alterazioni di coscienza, memoria, senso di identità e percezione della realtà. Le persone colpite da questi disturbi possono essere incapaci di rievocare eventi importanti della loro esistenza, oppure possono dimenticare per un periodo di tempo la propria identità o arrivare ad assumerne una nuova; possono inoltre allontanarsi dai luoghi dove abitualmente risiedono. I disturbi dissociativi possono essere diagnosticati solamente uno per volta, e non possono presentarsi contemporaneamente nello stesso paziente. La diagnosi che ha la precedenza è quella del disturbo dissociativo d'identità, seguita da fuga dissociativa, amnesia dissociativa e depersonalizzazione.

Amnesia dissociativa: l'amnesia dissociativa è caratterizzata dalla presenza di almeno un episodio d'incapacità nel ricordare dati personali importanti, generalmente in seguito ad eventi traumatici o stressanti; questa incapacità risulta troppo estesa per poter essere spiegata come un normale episodio di dimenticanza, e non si manifesta nel corso dell'evoluzione di un'altra patologia, come fuga dissociativa o disturbo post traumatico da stress (vedi i disturbi d’ansia). Per essere diagnosticata, essa non deve essere causata dall'uso di sostanze, da una condizione medica generale o da disturbi neurologici; inoltre, deve causare disagio significativo, causare disturbo alla vita sociale o lavorativa del soggetto, o ad altre aree esistenziali importanti. Il più delle volte l'amnesia riguarda tutti gli eventi accaduti in un certo lasso di tempo; più raramente l'amnesia si può manifestare sotto forma di (1):
amnesia continua: l'episodio di perdita di memoria si protrae per lungo tempo o riguarda un periodo di tempo esteso;
amnesia generalizzata: l'amnesia riguarda l'intera vita del soggetto;
amnesia selettiva: l'incapacità riguarda soltanto alcuni degli eventi avvenuti in un certo periodo di tempo.

È importante ricordare che durante l'episodio di amnesia dissociativa il comportamento del soggetto è normale, ad eccezione del disorientamento che essa può provocare, e che può portare la persona a vagare senza meta: essa non è in grado di riconoscere persone normalmente conosciute, ma mantiene intatte le sue capacità (ad es. leggere e scrivere), e le conoscenze già acquisite, culturali e sociali. Solitamente, l'amnesia termina improvvisamente, così come si è presentata, e il soggetto recupera completamente la memoria. Le possibilità di ricaduta sono rare.

Fuga dissociativa: la fuga dissociativa si manifesta attraverso un allontanamento inaspettato e improvviso dai luoghi in cui la persona risiede abitualmente, accompagnato dall'incapacità di ricordare il proprio passato; in questo disturbo la perdita di memoria risulta dunque più estesa rispetto al precedente. Il soggetto presenta confusione circa la propria identità, e può assumerne una nuova, iniziando una vera e propria nuova esistenza, dotata di caratteristiche proprie (un nome diverso, un diverso impiego, differenti contatti sociali e così via). Gli altri criteri diagnostici sono gli stessi dell'amnesia dissociativa. Gli episodi di fuga dissociativa si manifestano generalmente in seguito ad un episodio traumatico o stressante; essi possono avere una durata variabile, passando da uno spostamento temporalmente e geograficamente limitato ad un allontanamento più consistente (ed è questo il caso in cui viene assunta una nuova identità). Il recupero di memoria è in genere completo, benché i suoi tempi siano ampiamente variabili, ma permane l'incapacità del soggetto di ricordare gli eventi accaduti durante la fuga.

Il disturbo di depersonalizzazione: nel disturbo di depersonalizzazione la persona presenta una grave alterazione della percezione o dell'esperienza di sé: con questo disturbo si intende un'esperienza ricorrente di sentirsi estraneo, osservatore esterno dei propri processi mentali o del proprio corpo. Queste esperienze causano disagio significativo e menomazione dell'esistenza; può succedere che la persona si percepisca come un meccanismo, come se lei stessa e gli altri fossero degli automi, oppure può avere l'impressione di vivere in sogno, al di fuori della realtà quotidiana. L'esame di realtà rimane comunque intatto, cosa che non si verifica nel caso dei soggetti schizofrenici, i quali vivono queste esperienze con maggiore intensità e nella più assoluta completezza. La peculiarità di questo disturbo rispetto agli altri dissociativi è l'assenza di un'amnesia.

Disturbo dissociativo dell'Identità: nel disturbo dissociativo di Identità la persona manifesta almeno due distinte identità o stati di personalità del tutto indipendenti, ciascuno con propri modi costanti di percepire, relazionarsi e pensare nei confronti di se stesso e dell'ambiente. Essi emergono e si manifestano assumendo ricorrentemente il controllo della persona in tempi diversi, e spesso accade che un'identità non abbia memoria dell'altra, non sia quindi cosciente dell'esistenza dell'altra e non ne possa serbare alcun ricordo. L'identità primaria, come le altre identità secondarie, sono consapevoli però di avere delle lacune nella memoria e talvolta hanno un sentore le une delle altre. Solitamente le varie personalità sono molto diverse l'una dall'altra, anche opposte, arrivando ad essere destrimane o mancine, o ad avere differenti allergie.
Questo disturbo esordisce nell'infanzia, ma generalmente viene diagnosticato soltanto nell'adolescenza; esso è più pervasivo degli altri disturbi dissociativi e spesso assume la forma di cronicità, precludendo la possibilità di un recupero completo. La compresenza con altre diagnosi è frequente, come con depressione, disturbo borderline di personalità e disturbo di somatizzazione.

Che cos'è lo stress?

LO STRESS (EUSTRESS E DISTRESS): SPIEGAZIONE

Stress e ansia sono strettamente collegati, tant'è che possiamo considerarli come due facce della stessa medaglia; come già detto nelle pagine precedenti il rapporto individuo/ambiente è soggetto a frequenti interazioni di tipo stressorio, le quali possono provocare come conseguenza l'ansia. Gli stressors, ovvero gli elementi ambientali (intesi anche come situazioni, esperienze o persone) che producono una sollecitazione sull'organismo, subiscono sempre un'elaborazione di tipo cognitivo, dalla quale dipende in gran parte la reazione della persona. L'ansia deriva da queste elaborazioni, per esempio nel caso in cui la persona percepisca il pericolo come reale e desideri liberarsene. Lo stress in sostanza è la prima sollecitazione che l'organismo subisce quando vi è un cambiamento nell'equilibrio tra organismo e ambiente. L'ansia è una sua possibile conseguenza.

Lo stress può essere di due tipi: eustress (eu: in greco, buono, bello) o distress (dis: cattivo, morboso). L'eustress, o stress buono, è quello indispensabile alla vita, che si manifesta sotto forma di stimolazioni ambientali costruttive ed interessanti. Un esempio può essere una promozione lavorativa, la quale attribuisce maggiori responsabilità ma anche maggiori soddisfazioni. Il distress è invece lo stress cattivo, quello che provoca grossi scompensi emotivi e fisici difficilmente risolvibili. Un esempio può essere un licenziamento inaspettato, oppure un intervento chirurgico.

Ognuno di noi risponde agli eventi stressanti in modo diverso, questo perché ogni persona fa esperienze diverse e fa proprie strategie interpretative e di pensiero diverse. Inoltre un ruolo fondamentale nell'interpretazione degli eventi, sia interni che esterni, spetta all'apprendimento. Noi impariamo a comportarci in un certo modo di fronte a certi stimoli e questi meccanismi di apprendimento agiscono in modo automatico, al di fuori della nostra consapevolezza. Le nostre stesse valutazioni personali degli eventi e delle cose subiscono l'effetto dell'apprendimento e una volta consolidatesi funzionano in modo relativamente autonomo. Gli schemi comportamentali e di pensiero hanno la funzione di farci risparmiare energia sia fisica che mentale, infatti si basano su esperienze pregresse già elaborate, facilmente rievocabili.

La risposta di stress si esplica in tre fasi; nella prima fase, definita fase di allarme, lo stressor suscita nell'organismo un senso di allerta, definito arousal, con conseguente attivazione dei processi psicofisiologici già descritti a proposito della reazione d'ansia (aumento del battito cardiaco, iperventilazione ecc.). Dopodiché, nella fase di resistenza, l'organismo tenta di adattarsi alla situazione e gli indici fisiologici tendono a normalizzarsi anche se lo sforzo attuato è molto intenso. Nel caso in cui l'adattamento non sia sufficiente si arriva alla terza fase, la fase dell'esaurimento, in cui l'organismo non riesce più a difendersi e la naturale capacità di adattamento viene a mancare.

Quest'ultima fase è la più pericolosa, in quanto l'esposizione prolungata ad una situazione di stress può provocare l'insorgenza di patologie sia fisiche che psichiche (vedi disturbi d’ansia). In particolare, lo stress cronico attiva un circuito composto da strutture cerebrali e da una ghiandola endocrina (asse ipotalamo-ipofisi-surrene), il surrene, il quale aumenta la secrezione di cortisolo. Quest'ormone, anche conosciuto come ormone dello stress, se presente in quantità superiori alla norma provoca vari disturbi.

Tra i sintomi più frequenti dello stress ricordiamo: frequente sensazione di stanchezza generale, accelerazione del battito cardiaco, difficoltà di concentrazione, attacchi di panico, crisi di pianto, depressione, frustrazione, attacchi di ansia, disturbi del sonno, dolori muscolari, ulcera dello stomaco, diarrea, crampi allo stomaco, colite, malfunzionamento della tiroide, facilità ad ammalarsi, difficoltà ad esprimersi e a trovare un vocabolo conosciuto, sensazione di noia nei confronti di ogni situazione, frequente bisogno di urinare, cambio della voce, iperattività, confusione mentale, irritabilità, abbassamento delle difese immunitarie, diabete, ipertensione, cefalea, ulcera.

DELIRIUM, DEMENZA, DISTURBI AMNESTICI E ALTRI DISTURBI COGNITIVI

DELIRIUM, DEMENZA, DISTURBI AMNESTICI E ALTRI DISTURBI COGNITIVI

Delirium: il delirium viene tipicamente descritto come un'alterazione della coscienza; chi ne soffre, talvolta in maniera improvvisa, ha grande difficoltà a concentrarsi e a focalizzare l'attenzione e non riesce a mantenere coerente e finalizzato il flusso dei suoi pensieri. Nelle prime fasi del delirium la persona appare spesso irrequieta, specie di notte. Il ciclo sonno-veglia è sovente alterato e la persona è sonnolenta durante il giorno, mentre durante la notte è agitata. In genere le notti insonni e il buio peggiorano la situazione. Sono frequenti gli incubi. Le persone che soffrono di delirium sono incapaci di impegnarsi in una conversazione poiché la loro attenzione è labile e il loro pensiero frammentato. Nei casi più gravi l'eloquio è divagante e incoerente. Smarriti e confusi, alcuni individui affetti da delirium possono perdere la capacità di orientarsi nel tempo e nello spazio e di riconoscere le persone. Talvolta la loro capacità di attenzione è talmente labile che diventa impossibile porre loro domande per indagarne la capacità di orientamento.

Sono comuni deficit della memoria, specialmente di quella a breve termine. Nell'arco della giornata, tuttavia, tali persone hanno degli intervalli di lucidità durante i quali sono vigili e coerenti. Questi momenti nel corso della giornata contribuiscono a distinguere il delirium dalla demenza. Molto frequenti sono anche le alterazioni percettive; inoltre gli individui possono scambiare situazioni non familiari per familiari, per esempio affermando di trovarsi a casa anziché in ospedale. Sebbene i deliri e le allucinazioni siano comuni, in particolar modo le allucinazioni visive e visivo-uditive, essi non sono sempre presenti. Gli individui che soffrono di delirium sono molto instabili dal punto di vista emozionale e possono passare con rapidità estrema da uno stato emotivo all'altro:ansia, depressione, paura, collera, euforia e irritabilità. Sono frequenti anche manifestazioni come febbre, vampate al volto, pupille dilatate, tremori, tachicardia, sbalzi di pressione e incontinenza delle urine e delle feci. Il delirium può presentarsi in persone di ogni età, ma è più comune tra i bambini e gli anziani. Risulta che il 10-15% degli anziani ricoverati nei reparti di chirurgia sviluppa il delirium dopo aver subìto un intervento chirurgico (Miller, 1981). Sebbene i tassi di incidenza siano estremamente variabili, anche considerando i valori più bassi è chiaro che il delirium rappresenta un grave problema per gli anziani. Il tasso di mortalità per il delirium è elevato; circa il 40% dei pazienti muore, o per la condizione che ha causato il delirium o per l'instaurarsi di un grave stato di astenia.

Demenza: questo disturbo, impropriamente chiamato comportamento senile, consiste in un graduale deterioramento delle capacità intellettive fino al punto in cui risultano compromessi il funzionamento sociale e lavorativo. La difficoltà a ricordare le cose, specialmente gli eventi recenti, è il sintomo più rilevante della demenza. Alcuni individui che soffrono di demenza possono lasciare incompiuti dei compiti poiché dopo un'interruzione dimenticano di tornare a quello che stavano facendo. Può accadere che un genitore non ricordi più il nome di un figlio, o dimetichi addirittura di avere dei figli, e quando questi lo vanno a trovare può non riconoscerli. I soggetti con demenza possono perdersi in un ambiente familiare. Inoltre la loro capacità di giudizio risulta spesso alterata, e hanno difficoltà a comprendere le situazioni, a pianificare delle attività o a prendere delle decisioni.

Essi non si comportano più nel modo abituale e perdono il controllo deli loro impulsi; possono usare un linguaggio volgare, raccontare barzellette sconvenienti, rubare nei negozi e fare proposte sessuali a estranei. La capacità di pensiero astratto si deteriora, mentre le alterazioni nella sfera emozionale sono comuni e comprendono i sintomi della depressione, l'appiattimento dell'affettività e sporadiche crisi emozionali. Risulta possibile che essi presentino anche un deterioramento delle funzioni del linguaggio, che si manifesta in un eloquio vago o vuoto e nell'incapacità di ricordare il nome di oggetti familiari. Possibili sono anche alterazioni delle capacità motorie, come lavare i denti con lo spazzolino o vestirsi. La demenza può essere progressiva, statica o remittente, a seconda della causa. Molte persone affette da demenza progressiva rimangono isolate e apatiche. Nella fase terminale della malattia la personalità perde in vivacia e integrità; i parenti e gli amici riferiscono che la persona non è più la stessa. Nelle ultime fasi la persona non è più consapevole di ciò che la circonda. La prevalenza della demenza aumenta con l'avanzare dell'età. Uno studio svolto negli Stati Uniti ha rilevato una presenza dll'1% nella fascia di età compresa tra i 65 e i 74 anni, del 4% tra i 75 e gli 80 anni e del 10% dopo gli 80 anni.

I Disturbi di Personalità

I disturbi di personalità possono essere considerati delle espressioni estreme di caratteristiche che noi tutti possediamo. Nel DSM tali disturbi vengono suddivisi in tre gruppi: il gruppo strano/eccentrico che comprende quei disturbi che appaiono strani ed eccentrici, il gruppo amplificativo/imprevedibile nel quale rientrano le patologie amplificative, emotive ed imprevedibili ed il gruppo ansioso/timoroso caratterizzato dai disturbi che appaiono ansiosi e timorosi. Fanno parte del primo gruppo il disturbo paranoide, schizoide e schizotipico; nel secondo gruppo rientrano il disturbo antisociale, borderline, istrionico e narcisistico; nel terzo gruppo troviamo il disturbo evitante, dipendente e ossessivo-compulsivo.

 

Gruppo A: strano/eccentrico

Il disturbo paranoide di personalità: il soggetto che presenta personalità paranoide si caratterizza per una radicata sospettosità, sfiducia e diffidenza nei confronti degli altri; qualsiasi azione e motivazione altrui viene analizzata approfonditamente nel tentativo di scoprirne una minaccia, un tradimento o un inganno, che spesso vengono erroneamente trovati in gesti e/o parole normalmente banali. L'aspettativa è sempre di essere maltrattato o sfruttato, per cui preferisce chiudersi in se stesso, e risulta essere incapace di confidarsi e di stabilire rapporti interpersonali sani: questi sono infatti sempre caratterizzati da dubbio e sospetto, nonché da gelosia immotivata se la controparte risulta essere il partner sessuale o il coniuge. Il soggetto paranoide descrive le sue relazioni in termini distaccati, ed è incapace di lasciarsi andare in senso affettivo, poiché ritiene che ciò lo renderebbe fragile di fronte ad eventuali minacce o attacchi.

L'atteggiamento generale è di ostilità, e forte è il rancore nei confronti di persone ritenute colpevoli di complotti, tradimenti o altre azioni lesive per la loro persona: è forte infatti l'incapacità di perdonare le presunte azioni offensive. Un esempio è quello di una persona che trascorre le sue giornate spiando i vicini di casa attraverso persiane rigorosamente abbassate nel tentativo di scoprire precocemente i complotti che è certa essi stiano preparando a suo danno, nonostante non esistano prove reali che supportino tale convinzione, arrivando anche a fare telefonate in cui dichiara di aver scoperto tutto, e, quindi, a disturbarli in modo attivo. Il disturbo paranoide si manifesta maggiormente negli uomini e spesso presenta comorbilità con il disturbo schizotipico, con quello borderline e con quello evitante di personalità.


Il disturbo schizoide di personalità: la personalità schizoide non desidera avere relazioni sociali o non ne trae alcun piacere, e di solito non possiede amici intimi. La persona che ne soffre appare insensibile, calma ed estraniata, priva di qualsiasi manifestazione di affetto o di tenerezza per le altre persone. Raramente essa riferisce forti emozioni, in più non è interessata al sesso e trova piacevoli ben poche attività. Indifferente alle lodi, alle critiche ed ai sentimenti altrui, il soggetto che soffre di questo disturbo è molto solitario e si dedica esclusivamente agli interessi che può coltivare in solitudine. Il disturbo mostra spesso comorbilità con il disturbo schizotipico, evitante e paranoide, questo perché esistono molte somiglianze fra le quattro malattie. I sintomi del disturbo schizoide di personalità hanno parecchi elementi in comune anche con le fasi iniziali della schizofrenia.

Il disturbo schizotipico di personalità: il moderno concetto di personalità schizotipica è emerso in seguito agli studi condotti in Danimarca sui figli adottati di genitori biologici schizofrenici. Sebbene alcuni di questi bambini da adulti abbiano sviluppato una forma conclamata di schizofrenia, un numero ancora maggiore di essi sviluppò quella che appariva come una forma attenuata di tale disturbo. I soggetti affetti dal disturbo schizotipico di personalità in genere presentano le stesse difficoltà di relazione interpersonale di chi soffre del disturbo schizoide, nonché un'ansia sociale eccessiva che la familiarità con gli altri non riesce ad attenuare. Questo disturbo presenta anche molti altri sintomi più bizzarri, benché non così gravi da giustificare la diagnosi di schizofrenia. Tali sintomi sono essenzialmente quelli che descrivono le fasi iniziali della schizofrenia, ovvero credenze strane, pensiero magico, superstizioni, convinzione di essere chiaroveggenti e telepatici, nonché alterazioni percettive ricorrenti; può, per esempio, essere presente la sensazione di sentire la presenza di una forza o di una persona che in effetti non c'è. L'eloquio della persona affetta dal disturbo è talvolta insolito e poco chiaro, il comportamento e l'aspetto possono essere stravaganti; per esempio essa può parlare da sola o indossare abiti sporchi o trasandati. Sono presenti anche idee di autoriferimento, ossia la convinzione che gli eventi abbiano un significato particolare e insolito, specialmente nei loro confronti.

 

Gruppo B: amplificativo/imprevedibile

Il disturbo istrionico di personalità: in passato tale disturbo era conosciuto come "isteria". Esso si applica alle persone che mostrano comportamenti eccessivamente drammatici e teatrali, e che cercano in continuazione di attirare su di sé l'attenzione degli altri; a questo scopo si servono spesso del loro aspetto fisico, attraverso abiti eccentrici, un trucco particolare o un colore dei capelli insolito. Benché manifestino in maniera plateale forti emozioni, si ritiene in realtà che le loro emozioni siano piuttosto superficiali. Sono persone concentrate su se stesse che si interessano eccessivamente al proprio aspetto fisico e si sentono a disagio quando non sono al centro dell'attenzione. Queste persone possono essere sessualmente provocanti e seduttive in situazioni e modi non appropriati, e sono facilmente influenzabili. Il loro eloquio è spesso impressionistico e manca di dettagli; per esempio possono esprimere con forza una propria opinione eppure essere incapaci di sostenerla con argomentazioni appropriate. Il disturbo istrionico di personalità è più comune tra le donne che tra gli uomini. La comorbilità maggiore si ha con il disturbo borderline di personalità.


Il disturbo narcisistico di personalità: tale disturbo comporta, in chi ne è affetto, un'idea grandiosa di se stesso e delle proprie capacità; l'individuo è convinto di essere eccezionale e fantastica continuamente sui suoi futuri successi. Egli è totalmente concentrato su se stesso e richiede attenzione costante e ammirazione da parte degli altri, pensa di poter essere compreso soltanto da persone molto speciali o di condizione sociale elevata. Le sue relazioni interpersonali sono disturbate dalla mancanza di empatia, da sentimenti di invidia, da arroganza, dal tentativo di approfittarsi degli altri e dalla convinzione di godere di speciali diritti, come se gli altri fossero tenuti a rendergli favori del tutto particolari e che non occorre ricambiare. Tale disturbo si presenta frequentemente in concomitanza con il disturbo borderline di personalità.

Il disturbo antisociale di personalità: è costituito da due componenti principali, la prima consiste nella presenza del disturbo della condotta prima dei 15 anni di età, e la seconda è caratterizzata dal protrarsi di queste modalità di comportamento nell'età adulta. Tra i principali sintomi del disturbo della condotta figurano le assenze da scuola, le fughe da casa, le frequenti menzogne, i furti, l'appiccare incendi e la distruzione deliberata delle proprietà altrui. L'adulto con una personalità antisociale manifesta un comportamento antisociale e irresponsabile, sotto forma di incapacità di sostenere un'attività lavorativa continuativa, di infrazioni della legge, irritabilità e aggressività fisica, inadempienza ai debiti e azioni sconsiderate. Questi adulti agiscono impulsivamente e sono incapaci di pianificare il futuro, benché consapevoli delle proprie menzogne e dei propri misfatti. Essi non manifestano rimorsi e non attribuiscono alcun tipo di valore all'onestà e alla verità. Il disturbo antisociale di personalità si distingue dalla psicopatia per alcuni elementi: lo psicopatico è povero di emozioni, sia positive che negative, non prova alcuna vergogna e possiede la capacità di affascinare e di manipolare gli altri per il suo vantaggio personale. L'assenza di emozioni negative rende pressoché impossibile allo psicopatico l'apprendimento dai propri errori, mentre la mancanza di emozioni positive può portarlo a compiere atti irresponsabili

 

Il disturbo borderline di personalità: L'individuo affetto da personalità borderline è caratterizzato da instabilità nelle relazioni interpersonali, nell'umore e nell'immagine di sé; le emozioni possono infatti subire bruschi e improvvisi cambiamenti (nonostante lo stato umorale più frequente sia comunque quello rabbioso), così come la considerazione nei confronti di altre persone, mentre le relazioni sono intense e presentano periodi di idealizzazione e supervalutazione dell'altro, che spesso virano nella direzione opposta, giungendo anche al disprezzo, nel giro di pochissimo tempo. Esse si caratterizzano anche per l'esclusività e la breve durata. L'individuo si presenta polemico, irritabile, sarcastico e permaloso, molto difficile da gestire per chi vive con lui. Frequenti sono gli atteggiamenti minacciosi, così come i tentativi di suicidio o di automutilazione, dovuti al senso di vuoto e depressione che affliggono cronicamente queste persone; in generale il comportamento autolesivo può comprendere i comportamenti citati, così come gioco d'azzardo, spese folli, promiscuità sessuale e abbuffate.

Il senso di sé non è chiaro e coerente e non esiste alcun punto fermo circa valori, ideali e scelte. Il soggetto borderline teme un abbandono (reale o immaginario) e per questo compie disperati tentativi di evitarlo; non sopporta di essere lasciato solo e ha bisogno costante di essere al centro dell'attenzione altrui. Durante i periodi di forte stress possono manifestarsi ideazione paranoide e sintomi dissociativi (vedi disturbi dissociativi). La caratteristica cruciale è comunque rappresentata dalla presenza di relazioni interpersonali intense e instabili. Il disturbo borderline di personalità esordisce nell'adolescenza ed è più frequente tra le donne rispetto agli uomini. I più comuni disturbi concomitanti sono l’abuso di sostanze e nonché i disturbi istrionico, narcisistico, dipendente, evitante e paranoide di personalità.

 

Gruppo C: ansioso/timoroso

Il disturbo evitante di personalità: tale disturbo affligge le persone acutamente sensibili anche solo all'eventualità di essere criticate o disapprovate e che sono perciò riluttanti ad allacciare relazioni interpersonali, a meno che non abbiano la certezza di essere apprezzate. Se gli altri dimostrano simpatia nei loro confronti, le personalità evitanti tendono a dubitare della loro sincerità. Nelle situazioni sociali questi individui sono inibiti dalla paura di dire qualche sciocchezza o di trovarsi in grave imbarazzo per via del rossore o di altri segni d'ansia che possono manifestare. Si ritengono incompetenti e inferiori agli altri, esagerano i rischi, i pericoli o le difficoltà connessi al fare qualcosa di estraneo alla loro solita routine.

Il disturbo dipendente di personalità: i soggetti affetti da disturbo dipendente di personalità si caratterizzano per mancanza di sicurezza e fiducia in sé, e per eccessivo bisogno di essere accuditi, che si manifesta attraverso un comportamento sottomesso e adesivo. Questo bisogno fa sì che si sentano a disagio se lasciati in solitudine, e spesso si preoccupano eccessivamente all'idea di doversi prendere cura di se stessi. Essi infatti lasciano agli altri la responsabilità di decidere della loro stessa vita, preferendo non fare scelte perché temono di perderne l'approvazione, e arrivano a compiere azioni sgradevoli pur di essere guidati e accuditi. Si mostrano sempre d'accordo con tutti, anche nel momento in cui sono consapevoli del fatto che gli altri stiano sbagliando, e hanno grosse difficoltà nell'intraprendere di propria iniziativa qualsiasi attività, presentando quindi grandi difficoltà nella vita quotidiana, dovendo sempre essere consigliati e rassicurati.

Spesso subordinano i propri bisogni a quelli degli altri, poichè pensano che agendo altrimenti potrebbero rovinare le relazioni che hanno costruito, e nel momento in cui una relazione intima termina, ne cercano immediatamente una nuova con cui sostituire la precedente. I soggetti affetti da questo disturbo mostrano sfiducia nelle proprie capacità, pratiche e di giudizio. Il disturbo si manifesta maggiormente nelle donne, probabilmente a causa delle differenti esperienze di socializzazione infantile rispetto agli uomini. Il disturbo dipendente di personalità si manifesta frequentemente insieme al borderline e a quello evitante, così come spesso viene associato al disturbo distimico, alla depressione e all'ansia; esso compare nella prima metà della vita adulta.Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità: la personalità di questo tipo è caratterizzata da perfezionismo e preoccupazione per i minimi dettagli e dall'osservazione scrupolosa di regole, orari e via dicendo. Queste persone prestano così tanta attenzione ai piccoli particolari da non riuscire mai a portare a termine un progetto. Si tratta di soggetti orientati più verso le attività lavorative che verso quelle piacevoli, i quali hanno enormi difficoltà a prendere decisioni per paura di sbagliare e ad organizzare il proprio tempo per il timore di concentrasi sulla cosa sbagliata. Spesso le loro relazioni personali sono scadenti, perché sono ostinati ed esigono che tutto venga fatto a modo loro. In genere sono seri, rigidi, formali e inflessibili, soprattutto su argomenti di natura morale. Non riescono a liberarsi di oggetti ormai vecchi e inutili, anche quando sono privi di qualsiasi valore affettivo; spesso sono avari e taccagni e vivono al di sotto delle loro possibilità. Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità si distingue dal semplice disturbo ossessivo-compulsivo per la mancanza delle ossessioni e delle compulsioni tipiche di quest'ultimo. Esso presenta un'elevata comorbilità con il disturbo evitante di personalità.

I Disturbi dell'Infanzia, della Fanciulezza e dell'Adolescenza

DISTURBI DELL'INFANZIA, DELLA FANCIULLEZZA E DELL'ADOLESCENZA

Ritardo mentale: si tratta di un disturbo che causa un funzionamento intellettivo significativamente al di sotto della media, con concomitanti deficit del funzionamento adattivo e con esordio prima dei 18 anni. Il primo criterio di classificazione del ritardo mentale è dato dal punteggio del QI, ossia il quoziente intellettivo. Attraverso le scale di intelligenza è infatti possibile misurare le capacità cognitive delle persone, ed i punteggi ottenuti possono essere utilizzati come parametro di riferimento. La media dei punteggi di tali scale varia da 85 a 115. Al di sotto di 85 si parla di intelligenza al di sotto della media; sotto i 75 punti di parla di ritardo mentale. Il secondo criterio di diagnosi del ritardo mentale prende in considerazione il funzionamento adattivo del bambino. Con ciò si intendono le abilità che si sviluppano nell'infanzia, come lavarsi e vestirsi, comprendere i concetti di tempo e di denaro, saper usare gli strumenti, fare compere e viaggiare sui mezzi di trasporto pubblici, nonché diventare un soggetto capace di partecipare alle interazioni sociali. L'ultimo parametro per la diagnosi del ritardo mentale è costituito dall'età di esordio. Tale disturbo deve necessariamente presentarsi prima dei 18 anni.

Disturbi dell'apprendimento: sono tre, ovvero il disturbo della lettura, il disturbo del calcolo e il disturbo dell'espressione scritta. Essi non fanno riferimento a difficoltà dovute a deficit sensoriali, come problemi di udito o di vista. Il disturbo della lettura, noto come dislessia, produce nel bambino gravi difficoltà nel riconoscere le parole e nel comprendere ciò che legge, nonché nello scrivere correttamente le parole. Nel disturbo del calcolo il bambino può incontrare difficoltà nel riconoscere i simboli numerici, nel ricordarsi di aggiungere il riporto, nel contare degli oggetti o nel seguire passaggi matematici. Il rendimento mediocre in matematica è comune quanto il rendimento mediocre nella lettura e nell'espressione scritta. Il disturbo dell'espressione scritta è caratterizzato da una compromissione della capacità di comporre testi scritti (evidenziata da numerosi errori di ortografia, di grammatica e di punteggiatura), la quale è abbastanza grave da interferire con il rendimento scolastico o con le attività della vita quotidiana che richiedono abilità di scrittura.

Disturbo delle capacità motorie: è detto anche disturbo di sviluppo della coordinazione, e causa una compromissione dello sviluppo della coordinazione motoria che non è spiegabile con il ritardo mentale o con una condizione medica generale come la paralisi cerebrale. I bambini che ne soffrono hanno difficoltà, per esempio, nell'allacciarsi le scarpe, nell'abbottonarsi la camicia e, quando sono più grandi, nel costruire dei modelli e nel giocare con la palla.

Disturbi della comunicazione: il primo disturbo è quello dell'espressione del linguaggio, nel quale il bambino ha difficoltà ad esprimersi attraverso il linguaggio. Egli può apparire desideroso di comunicare ma non essere in grado di trovare le parole giuste, utilizzando frasi abbreviate caratterizzate da una struttura grammaticale eccessivamente semplice in rapporto all'età. Il secondo disturbo, detto disturbo della fonazione, è caratterizzato da una comprensione adeguata del linguaggio, ma l'eloquio assomiglia a quello dei bambini molto piccoli. Quindi le parole vengono semplificate (per esempio 'blu' diventa 'bu', oppure 'scarpe' diviene 'cappe'). Il terzo ed ultimo disturbo è la balbuzie, ossia un'anomalia del normale fluire dell'eloquio, caratterizzata da frequenti ripetizioni o prolungamenti di suoni, lunghe pause fra le parole, sostituzione di parole difficili da articolare con parole più facili e ripetizione di parole monosillabiche (per esempio <<Ho ho ho ho>>). Talvolta la balbuzie è accompagnata da movimenti muscolari quali ammiccamenti e tic.

Disturbi generalizzati dello sviluppo: sono contraddistinti da gravi deficit e da una compromissione generalizzata di molteplici aree dello sviluppo, che includono la compromissione della capacità di interagire e di comunicare con gli altri e la presenza di un comportamento stereotipato. L'autismo fa parte di questa categoria; esso rappresenta una grave anomalia del processo di sviluppo e per questo motivo si differenzia dai disturbi mentali che insorgono nell'età adulta. L'autismo può insorgere nei primissimi mesi di vita; già a tre mesi di vita è possibile rilevare la mancanza di attaccamento verso la madre del bambino autistico. Mentre gli altri bambini della stessa età sorridono, si protraggono verso la madre, la guardano, l'autistico non fa nulla di tutto ciò e può addirittura respingere il contatto con i genitori inarcandosi per rendere minimo il contatto corporeo. Inoltre i bambini autistici non emettono versetti e non piangono se non quando sono bagnati o hanno fame. Non mostrano segni di affetto verso chi si prende cura di loro e possono passare intere giornate fermi in una posizione senza interessarsi a ciò che accade attorno a loro. Essi non mostrano segni di interesse verso gli altri e non avviano quasi mai spontaneamente attività di gioco con altri bambini. Questi comportamenti anomali derivano dall'isolamento in cui l'autistico si confina, il quale provoca grave ritardo anche in altre aree, come il linguaggio.

Disturbo da deficit di attenzione/iperattività: il bambino iperattivo mostra grande difficoltà nel controllare la propria attività in quelle situazioni che richiederebbero un comportamento tranquillo. Egli non riesce a mantenere una posizione per più di qualche secondo, picchietta con le dita, dondola le gambe, dà spinte ai compagni di classe senza una ragione apparente e parla quando non è il suo turno. Il bambino iperattivo inoltre ha difficoltà ad andare d'accordo con i coetanei e fatica a stabilire rapporti di amicizia. Il 20-25% circa dei bambini iperattivi ha difficoltà di apprendimento in matematica, lettura ed ortografia. Esistono tre tipi di disturbo da deficit di attenzione/iperattività: 1) il tipo con disattenzione predominante, in cui la difficoltà a prestare attenzione e concentrarsi è predominante; 2) il tipo con iperattività-impulsività predominante; 3) il tipo con combinato, nel quale sono presenti entrambe le problematiche.

Disturbo della condotta: tale disturbo comprende un'ampia gamma di comportamenti ipocontrollati. Tali comportamenti sono caratterizzati dalla violazione dei diritti fondamentali degli altri e delle norme della società; fra di essi troviamo atteggiamenti aggressivi verso persone o animali, danneggiamento della proprietà altrui, menzogne e furti. Spesso tali azioni sono accompagnate da insensibilità, malvagità e assenza di rimorso. Il disturbo della condotta è di frequente associato al disturbo da deficit di attenzione/iperattività, depressione e ansia

Disturbo oppositivo di tipo provocatorio: è molto simile al disturbo della condotta e viene diagnosticato quando il bambino non manifesta l'estrema aggressività fisica che caratterizza il disturbo della condotta, ma esibisce comportamenti quali la perdita del controllo, litigi con gli adulti, opposizione attiva o rifiuto ripetuto di soddisfare le richieste degli adulti, azioni compiute con lo scopo deliberato di infastidire gli altri.

Disturbi della nutrizione e dell'alimentazione dell'infanzia o della prima fanciullezza: tali disturbi affliggono il comportamento alimentare del bambino, provocando per esempio l'ingestione di sostanze non commestibili (pica), il ripetuto rigurgito e rimasticamento del cibo (disturbo di ruminazione), o la persistente incapacità di mangiare adeguatamente, che si riflette in una significativa perdita di peso o nell'incapacità di aumentare di peso (disturbo della nutrizione dell'infanzia e della prima fanciullezza).

Disturbi da tic: sono contraddistinti da un movimento o da una vocalizzazione improvvisi, rapidi, ricorrenti, aritmici e stereotipati (per es. il disturbo di Tourette).

Disturbi della evacuazione: causano la ripetuta evacuazione delle feci in luoghi inappropriati dopo i 4 anni di età (encopresi) o l'emissione di urine nel letto o nei vestiti dopo i 5 anni di età (enuresi).

Disturbo d'ansia di separazione: la caratteristica principale del disturbo è l'ansia sproporzionata manifestata dal bambino nel momento in cui deve separarsi da qualcuno della famiglia a cui è profondamente legato, come la figura materna. Tale stato di ansia è inadeguato al livello di sviluppo e appare per la prima volta nei primi sei anni di vita. I bambini affetti da questo disturbo hanno di solito un comportamento normale finché sono in presenza del genitore o della figura primaria di attaccamento, ma manifestano una forte ed incontrollata ansia nel momento in cui vengono separati da essa. Inoltre tendono ad esprimere paure irrealistiche e persistenti riguardo al verificarsi di eventi catastrofici che li possano separare per sempre dai genitori; temono ad esempio di essere uccisi o rapiti o di incorrere in qualche grave incidente o malattia se lontani dai genitori, oppure che ai genitori succeda qualcosa di brutto quando sono lontani. Di solito evitano di rimanere soli anche per pochi minuti. Possono manifestare un'intensa riluttanza ad andare a scuola, in quanto ciò comporta un distacco dalla madre o, più in generale, dalla figura primaria di attaccamento.

Mutismo selettivo: persistente incapacità di parlare in specifiche situazioni sociali (per esempio a scuola) nonostante che in altri contesti sia possibile parlare (per esempio con i genitori).

Disturbo reattivo dell'attaccamento dell'infanzia e della prima fanciullezza: è caratterizzato da una modalità di relazione sociale notevolmente disturbata e inadeguata rispetto al livello di sviluppo, che si manifesta nella maggior parte dei contesti e che inizia prima dei 5 anni di età. Tale disturbo è associato ad un accudimento grossolanamente patogeno da parte dei genitori o di altre persone che si prendono cura del bambino